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All'America dei coyote

 
 

"Cuccioli Maremmani Abruzzesi Jacopone da Todi appena giunti in America per essere impiegati contro i coyote (foto L. Coppinger)"

   
Hanno provato con i fucili, con i molossoidi importati dall’Anatolia, veleni, trappole: niente da fare. Per sconfiggere il nemico numero uno degli allevatori americani rimane soltanto una possibilità e viene dall’italica Maremma! Si chiama Pastore Maremmano Abruzzese, l’orgoglio tutto italiano di una razza di cani ardimentosi che tengono testa ai lupi, li sopraffanno e li sbranano. Alla scelta dei cani Italiani contribuì l’autorevole collega nonché amico Ray Coppingher dell’Hampschire University Massachusetts dopo aver soggiornato mesi e mesi in tutto il centro Italia. Mi onoro di averlo ospitato per diversi giorni proprio a Todi dove approfondimmo aspetti filogenetici e comportamentali. Prima di giungere in Italia Raymond pensò di utilizzare i cani dall’Anatolia, i pastori portoghesi e anche gli yugoslavi, ma solo con delusioni in quanto tali bestie non erano più abituate a lottare e confrontarsi contro l’elemento naturale e selvatico: il lupo.
In Italia i lupi esistono ancora, grazie anche alla politica di popolamento per l’equilibrio economico del WWF. Coppinger ha studiato di persona in Italia, un gruppo di pastori maremmani al lavoro, ed è rimasto ammirato delle loro doti, specie quando ha visto i lupi appenninici battere in ritirata di fronte ai maremmani abruzzesi. Di qui la decisione di importarne esemplari negli Stati Uniti, per favorire l’allevamento intensivo di questa razza di cani pastori, avendo di vista il loro impiego contro i coyote.
Nella guerra senza quartiere che si combatte nel Nord America dalla metà del secolo scorso, il coyote, o «lupo della prateria», piccolo e agile, contrappone all’uomo le sue armi naturali: l’intelligenza, la resistenza e l’ eccezionale capacità di adattamento. Il coyote è un birbante infido e dispettoso, il suo ululato stonato, straziante e lamentoso lo differenzia a miglia di distanza dal richiamo del lupo lento, incessante e armonico. E’ quasi sempre occupato a ingannare gli altri animali o anche se stesso. Cade sempre nelle sue stesse trappole per poi liberarsi e uscirne ogni volta di nuovo incolume. A giudicare dai risultati, non si può certo dire che sia uscito sconfitto, nonostante si uccidano negli Usa più di centomila coyote all’anno. Il coyote ha soppiantato il lupo in quasi tutto il territorio degli Stati Uniti. L’area di distribuzione del coyote, anziché restringersi come è avvenuto alla maggior delle specie animali, si è dilatata.
Perché questa lotta accanita contro il coyote? Lo si accusa di attaccare e distruggere il bestiame domestico provocando danni ingenti agli allevatori. Ma l’accusa è fondata? I coyote sono veramente dannosi all’economia umana? Gli zoologi ne dubitano. Studi accurati sulla loro dieta hanno appurato che questi canidi selvatici mangiano in prevalenza piccoli mammiferi, specialmente roditori, carogne di animali, insetti e rifiuti di ogni genere.
Mettendo sulla bilancia da un lato i benefici che il coyote arreca all’economia del territorio, facendo strage di topi, o mangiando carogne e rifiuti, dall’altro i danni che provoca catturando qualche animale domestico e greggi di ovini se sprovvisti dei cani maremmani abruzzesi quali guardiani, il piatto pende indubbiamente dalla parte dei benefici, e si dovrebbe considerare utile piuttosto che dannoso questo animale.
Tanto più che il coyote quando aggredisce erbivori selvatici (come cervi o alci) svolge in questo modo l’azione efficacissima di regolatore delle popolazioni in eccesso.
Nelle regioni in cui i predatori, lupi soprattutto, sono scomparsi, si assiste infatti a gravissime crisi ecologiche: privi dei loro nemici naturali, gli erbivori si moltiplicano a tal punto che distruggono rapidamente tutte le risorse alimentari disponibili nell’ambiente. Finiscono così per morire di fame. I predatori, invece, e lo si vede appunto dove i coyote hanno sostituito i lupi scomparsi, esercitano una selezione naturale sulle popolazioni di erbivori, attaccando gli individui più deboli o malati, il che si risolve in un rinvigorimento di quelle specie. Se ne sono accorte le autorità canadesi che preoccupate per le stragi di coyote hanno limitato la caccia a pochi periodi dell’anno.
Mangiare qualunque cosa trovino a portata di bocca costituisce indubbiamente uno dei segreti del successo del lupo di prateria. Ma non è l’unico. Il coyote ha dimostrato di possedere straordinarie capacità di adattamento a tutti gli ambienti e a tutti i climi. Si trova perfettamente a suo agio sia negli infuocati deserti del Sud-Ovest degli Stati Uniti che sulle gelide montagne dell’Alaska, vive benissimo nelle montagne ma si trova altrettanto bene nelle zone fittamente urbanizzate. Alla vicinanza dell’uomo, insomma, si è abituato.
E si moltiplicano gli studi dei ricercatori sul suo comportamento. L’etologa Pamela Mc Maham, dell’università di California, che ha osservato a lungo i coyote del Big Band National Park del Texas, ritiene che questo canide abbia modificato le sue abitudini da quando si sono intensificati contro di lui gli agguati dell’uomo. Prima anche il coyote cacciava in gruppo, come fa il lupo, ora si limita a farlo solo nelle località dove si sente al sicuro. Altrove preferisce cacciare isolato o in coppia. E’ diventato meno sociale per opportunità.
La socialità offre senza dubbio dei vantaggi ai suoi membri, ma presenta anche degli svantaggi: un gruppo di animali viene individuato dai cacciatori più facilmente che da un animale singolo. E anche il vincolo di solidarietà e di assistenza reciproca che lega i componenti del branco può riuscire fatale quando questi accorrono in soccorso di un compagno ferito, esponendosi pericolosamente. E’ probabile che la scomparsa del lupo da molte ragioni sia stata accelerata dalla elevata socialità della specie.
Anomalo il comportamento riproduttivo: Quando i maschi si contendono la femmina all’epoca degli amori, non è detto che sia sempre il vincitore a possederla. Molte volte lei, muta testimone del duello, sceglie proprio lo sconfitto, quasi a compensarlo della «débâcle» subita.
Della intelligenza del coyote esistono prove innumerevoli, riguardanti soprattutto gli animali in cattività. Messo sperimentalmente in condizioni difficili, il coyote riesce sempre a cavarsela, trovando la soluzione giusta per liberarsi. Ed è anche significativo a questo a proposito il comportamento degli individui, in natura, di fronte alle trappole: più volte l’animale riesce ad impadronirsi dell’esca con astuzia senza farsi intrappolare; se l’esca è avvelenata, come spesso succede, il coyote, quasi guidato da un sesto senso, evita di solito di mangiarsela. E qui si dimostra anche la sua incredibile resistenza fisica, perché molti esemplari che riescono ad evadere ce la fanno a sopravvivere anche se i congegni delle trappole li hanno feriti o gravemente mutilati.
Tornando al problema che assilla gli allevatori d’America, è assai probabile che molti dei misfatti attribuiti ai coyote siano imputabili invece ai «coydogs». Così si chiamano gli ibridi nati dall’ incrocio tra due specie, coyote e cani randagi. Terribilmente prolifici, i coydogs, a differenza dei coyote, aggrediscono soprattutto animali domestici, come buoi e pecore. Gli allevatori, data la somiglianza fisica tra i due, non li distinguono e fanno di ogni erba un fascio, ma anche per questi ultimi è dalla natura, dall’Italia che viene la soluzione, sempre secondo il rispetto dei dettami di “madre natura”: Il Pastore Maremmano Abruzzese.